Esiste un’espressione che, nel mio lavoro, sento ripetere con una frequenza sorprendente: «Non sono fotogenica» oppure «Vengo sempre male in fotografia.» È una frase pronunciata da donne molto diverse tra loro, con età, storie e caratteristiche fisiche che hanno ben poco in comune. Eppure, dietro quelle parole, raramente si nasconde un giudizio esclusivamente estetico. Molto più spesso emerge una sensazione difficile da descrivere: la percezione di non riconoscersi nell’immagine restituita da una fotografia.

Mi colpisce, però, un dettaglio che passa quasi inosservato. Le stesse persone che dichiarano di venire male in fotografia difficilmente affermano di vedersi male allo specchio. Lo specchio appartiene alla quotidianità, accompagna i gesti di ogni giorno e restituisce un’immagine con la quale abbiamo costruito una lunga familiarità. La fotografia, invece, interrompe questa continuità. Ci mostra da un punto di vista che non possiamo controllare nello stesso modo e ci restituisce una versione di noi che spesso percepiamo come inattesa.

È proprio in questa distanza che, a mio avviso, nasce il malinteso della fotogenia. Prima ancora di domandarci se una persona sia o meno fotogenica, forse dovremmo chiederci perché attribuiamo alla fotografia un’autorità così grande da convincerci che quella singola immagine racconti chi siamo davvero. Da questa domanda prende avvio la riflessione che vorrei proporre: non tanto sulla fotografia in sé, quanto sul rapporto che ciascuno di noi costruisce con la propria immagine.


La fotogenia è davvero una qualità?

La parola fotogenia viene utilizzata con una naturalezza tale da farci pensare che descriva una qualità oggettiva, quasi fosse una caratteristica che alcune persone possiedono e altre no. Eppure, se ci fermiamo a riflettere sul modo in cui la usiamo, ci accorgiamo che il suo significato è molto meno evidente di quanto sembri.

Quando una persona afferma di non essere fotogenica, raramente sta esprimendo un giudizio sulla propria bellezza. Più spesso racconta il disagio che nasce dal confronto tra l’immagine che ha costruito di sé nel corso della vita e quella che una fotografia restituisce all’improvviso. Non è necessariamente la sensazione di apparire meno attraenti, ma quella di non riconoscersi.

La psicologia definisce questa rappresentazione mentale immagine corporea: una costruzione che prende forma attraverso le esperienze, le relazioni e il modo in cui, fin dall’infanzia, impariamo a percepirci. Non è una fotografia interiore fedele alla realtà, ma un’immagine che si modifica nel tempo e influenza profondamente il modo in cui interpretiamo ogni nuovo ritratto.

Per questo una fotografia può risultare destabilizzante. Non si confronta con un corpo “neutro”, ma con un’immagine già consolidata nella nostra mente. Quando le due rappresentazioni non coincidono, siamo portati a concludere di non essere fotogenici. In realtà, quella sensazione racconta molto più del rapporto che abbiamo con la nostra immagine che del nostro aspetto.


Lo specchio e la fotografia raccontano due immagini diverse

Per comprendere questa sensazione di estraneità è utile distinguere tra specchio e fotografia.

Lo specchio restituisce un’immagine con cui conviviamo ogni giorno. Lo osserviamo quasi sempre nelle stesse condizioni: stessa distanza, stessa luce, stessi movimenti. Questa ripetizione rende quel volto familiare e finiamo per considerarlo il nostro riferimento.

La fotografia introduce invece uno sguardo esterno. L’immagine nasce attraverso una scelta di inquadratura, distanza, momento e interpretazione. Non è più il riflesso con cui dialoghiamo quotidianamente, ma una rappresentazione costruita da un altro punto di vista.

Nessuna delle due immagini è più “vera” dell’altra: semplicemente rispondono a logiche diverse. È proprio questa differenza che spesso genera la sensazione di non riconoscersi.

Roland Barthes, ne La camera chiara, osserva che davanti all’obiettivo diventiamo contemporaneamente ciò che crediamo di essere, ciò che vorremmo apparire, ciò che il fotografo vede e ciò di cui egli si serve per costruire la propria opera. Al di là della riflessione teorica, questa intuizione aiuta a comprendere perché un ritratto non possa mai coincidere perfettamente con l’immagine che custodiamo di noi stessi.


Perché una fotografia ci sembra estranea

Quando una fotografia ci mette a disagio, siamo portati a pensare che abbia colto il nostro lato peggiore. In realtà, spesso ci mostra semplicemente un’immagine che non siamo abituati a vedere.

Il disagio nasce dalla distanza tra ciò che pensavamo di conoscere e ciò che improvvisamente osserviamo. La fotografia introduce un punto di vista nuovo che interrompe la continuità con l’immagine familiare costruita negli anni.

Forse è anche per questo che alcune fotografie vengono rifiutate immediatamente, mentre altre ci sembrano autentiche. Non dipende soltanto dalla qualità dello scatto o dalla bellezza del soggetto, ma dal grado di vicinanza che percepiamo tra quella fotografia e l’immagine che abbiamo di noi stessi. Quando questa distanza si riduce, nasce quella sensazione di riconoscimento che spesso chiamiamo, con troppa semplicità, fotogenia.


Una fotografia può cambiare il modo in cui ci guardiamo?

La fotografia non possiede il potere di trasformare il rapporto che una persona ha con sé stessa. Sarebbe una promessa irrealistica, perché quel rapporto nasce da esperienze molto più profonde di una singola immagine.

Questo, però, non significa che il ritratto sia privo di valore. Ogni fotografia aggiunge uno sguardo diverso da quello con cui siamo abituati a osservare il nostro volto e il nostro corpo. A volte quello sguardo ci appare estraneo; altre volte apre una possibilità che non avevamo mai considerato. Non perché riveli una verità definitiva, ma perché amplia il modo in cui possiamo leggere la nostra immagine.

Credo che il ritratto, e ancora di più la fotografia boudoir, trovino il loro significato proprio in questo spazio di dialogo. Non chiedono a una persona di diventare diversa, né di assomigliare a un ideale estetico. Offrono semplicemente l’occasione di osservare il proprio corpo da una prospettiva nuova, lasciando che ciascuno trovi, con i propri tempi, il modo di riconoscersi.

Forse è proprio qui che la parola fotogenia perde gran parte della sua importanza. Continuare a domandarsi se siamo o meno fotogenici significa cercare una qualità da possedere. Più interessante, invece, è chiedersi se una fotografia riesca a restituirci un’immagine nella quale possiamo sostare abbastanza a lungo da iniziare a guardarla senza estraneità.

In fondo, non è questo che cerchiamo ogni volta che osserviamo un nostro ritratto?


Conclusione

Forse, alla fine, la domanda «Sono fotogenica?» conduce nella direzione sbagliata. La fotogenia non assomiglia a una qualità stabile, distribuita in modo diseguale tra le persone, ma a una relazione che costruiamo con la nostra immagine. Più quella relazione diventa ricca e familiare, più diminuisce la sensazione di estraneità che molte fotografie producono.

Chi è abituato a essere fotografato, spesso, sviluppa una maggiore familiarità con il proprio volto e con il proprio corpo osservati attraverso immagini sempre diverse. Questo non significa che quelle persone siano più belle o più adatte alla fotografia. Significa, piuttosto, che hanno imparato a riconoscere come proprie espressioni, posture e gesti che, inizialmente, potevano apparire inattesi. La fotografia, da questo punto di vista, amplia la rappresentazione che abbiamo di noi stessi e rende il nostro sguardo meno dipendente dall’unica immagine che incontriamo ogni giorno nello specchio.

È anche per questa ragione che, nel mio lavoro, considero importante dedicare uno spazio alla preparazione dell’incontro fotografico. Prima ancora di realizzare un ritratto, accompagno ogni persona in un percorso che favorisce una maggiore consapevolezza del corpo, della postura e del modo in cui abita lo spazio davanti all’obiettivo. Non si tratta di imparare una serie di pose né di correggere un corpo, ma di creare le condizioni perché la fotografia possa diventare un’esperienza meno estranea e più naturale. È un tema al quale dedicherò un approfondimento specifico, perché merita una riflessione a sé.

Forse, allora, la domanda più interessante non è se siamo fotogenici.

La domanda è quanto conosciamo davvero la nostra immagine quando smette di essere un riflesso e diventa una fotografia. È in quella differenza che, molto spesso, nasce il disagio; ed è sempre in quella differenza che può cominciare un modo nuovo di guardarsi.


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